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Detenzione domiciliare speciale alle madri recluse per reati gravi

CORTE COSTITUZIONALE

Detenzione domiciliare speciale alle madri recluse per reati gravi, anche se non collaborano con i pm Giusto ... ma... l'uguaglianza di genere?

Illegittima la norma che non esclude dal divieto i benefici penitenziari per le condannate con figli sotto i dieci anni: l’interesse del minore prevale sulla lotta alla criminalità
di DARIO FERRARA, tratto da Cassazione.net 
GIOVEDI' 23 OTTOBRE 2014    

L’interesse del minore viene prima della lotta alla criminalità, compresa quella organizzata. È incostituzionale il divieto di estendere la detenzione domiciliare speciale alle recluse che hanno figli sotto i dieci anni, condannate per reati gravi, anche se non collaborano con la Giustizia. Lo stabilisce la Consulta con la sentenza 239/14 (giudice redattore Giuseppe Frigo).

Fase nevralgica
La pronuncia trae origine dall’istanza di concessione della detenzione domiciliare speciale, presentata ai sensi dell’articolo 47-quinquies Op da una donna di origine nigeriana: tra le sue condanne definitive c’è anche una per tratta di persone, vale a dire uno dei reati per i quali opera il divieto. La condannata tiene con sé il bambino in carcere ma al compimento dei tre anni il tribunale per i minorenni dispone l’affidamento del bambino ai servizi sociali: il provvedimento è bloccato dal ricorso della cognata e, grazie all’iniziativa degli educatori carcerari, si trova una soluzione che consentirebbe alla detenuta di occuparsi del figlio fuori del circuito carcerario, in una struttura di accoglienza messa a disposizione dal Comune. Ora trova ingresso la questione di costituzionalità sollevata Tribunale di sorveglianza. È indubbio, scrive la Consulta, che nell’economia della detenzione domiciliare speciale assuma un rilievo del tutto prioritario l’interesse di un soggetto debole, distinto dal condannato e particolarmente meritevole di protezione, quale quello del minore in tenera età ad instaurare un rapporto quanto più possibile “normale” con la madre in una fase nevralgica del suo sviluppo. E la violazione dei parametri costituzionali emerge se si guarda alla ratio originaria della norma, che intende incentivare la collaborazione con la giustizia. Con il divieto del beneficio penitenziario, conclude il giudice delle leggi, il “costo” della strategia di lotta al crimine organizzato risulta traslato su un soggetto terzo, il minore, estraneo tanto alle attività delittuose che hanno dato luogo alla condanna, quanto alla scelta del condannato di non collaborare.

Dario Ferrara